lunedì, 17 dicembre 2007, ore 14:29

Ciò che non si riesce più a far con l’anima lo si fa con la chimica



Il nichilismo, ovvero il momento in cui
“i valori supremi perdono il loro valore”,
è l’ospite che si insinua nella formazione dei giovani,
schiavi dell’età della tecnica.
Inutile scacciarlo, quell’ospite, dice Nietzsche,
bisogna guardarlo in faccia.





Il nichilismo che è la negazione di ogni valore è anche quello che Nietzsche chiama “il più inquietante fra tutti gli ospiti”. Siamo nel mondo della tecnica e la tecnica non tende a uno scopo, non produce senso, non svela verità. Fa solo una cosa: funziona.
Finiscono sullo sfondo, corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, senso, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si è nutrita l’età pretecnologica.

Chi più sconta la sostanziale assenza di futuro che modella l’età della tecnica sono i giovani, contagiati da una progressiva e sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell’esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. I giovani rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno dove la famiglia e la scuola non “lavorano” più, dove il tempo è vuoto e non esiste più un “noi” motivazionale. Le forme di consistenza finiscono con il sovrapporsi ai “riti della crudeltà” o della violenza (gli stadi, le corse in moto ecc.).

C’è una via d’uscita? Si può mettere alla porta l’ospite inquietante? Nell’ultimo capitolo, Il segreto della giovinezza, Galimberti lascia pensare che disvelare ai giovani la loro “pienezza”, la loro “espansività” sia il primo passo per ricondurre a verità il salmo 127: “Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza”.

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Gioventù, quel male oscuro

I giovani? “Stanno male”, ma non a causa delle classiche “crisi esistenziali”. In gioco c’è un demone più oscuro, il nichilismo, che si è impadronito delle loro vite, distruggendo qualsiasi gerarchia di valori che consente di dare alle cose mi significato: la loro malattia è “culturale”. È questa la tesi di fondo del libro di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani.

Secondo il filosofo-psicanalista, l’”uomo non ha mai abitato il mondo” così com’è, ma sempre una sua “rappresentazione”, che di volta in volta è servita per fornire gli strumenti essenziali per interpretare la realtà, consentendo a ciascuno di trovare una posizione certa tra “le cose di lassù” e “le cose di quaggiù”. Una bussola, insomma, con la quale orientarsi per distinguere il bene dal male, il vero dal falso.
Oggi, però, le domande sul senso delle cose non hanno più risposta. La tendenza della cultura occidentale, infatti, è quella di emarginare la componente umanistica dei saperi, dando spazio solo a ciò che serve al perfezionamento della tecnica. Ma la tecnica non è competente a inscrivere se stessa in uno scenario di significati: il suo compito è funzionare.

Così, senza bussola, lo spirito (non solo dei singoli) si ammala. Con la conseguenza immediata di mutare il segno del futuro, che i giovani avvertono come minaccia e non come promessa. E allargare all’estremo lo spazio del presente, che diventa, invece, “un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché dia gioia ma perché promette di seppellire l’angoscia” generata dal “deserto del senso”.

Il merito di Galimberti è quello di fornire degli strumenti consistenti per comprendere ciò che abbiamo sotto gli occhi. Certo, gli si può appuntare una dose eccessiva di pessimismo, ma, dalla “seduzione della droga”, sintomo del disagio diffuso, all’“analfabetismo emotivo”, a cui, secondo Galimberti, è imputabile la facilità con cui sono commessi omicidi senza movente, i temi ci sono tutti.

E di bruciante attualità, come la violenza negli stadi. “Emblematica” del nichilismo imperante, perché è esercitata senza “uno straccio di giustificazione”, e con una cadenza settimanale, “ritualizzata”. Ma “siccome la routine annoia, i “criminali da stadio” si comportano come drogati, aumentando la dose per “allontanare la noia sempre incombente”..
di Nicola Miranzi

Ecstasy nichilista

Formula drammatica e antichissima: il piacere è negativo, e il desiderio è insaziabile. Vale per il cocainomane del 2007, ma l’aveva già capito Platone. Indagando il desiderio umano, Platone ne aveva colto l’insaziabilità come essenza, rimandando alle immagini della giara bucata o del piviere nel Gorgia (il piviere inteso come uccello prodigioso, o macchina celibe, che mangia e nel contempo evacua).
Da questa considerazione per nulla inattuale parte Umberto Galimberti in un capitolo centrale del suo saggio L’ospite inquietante, sottotitolo “Il nichilismo e i giovani”. E l’ospite inquietante, anzi “il più inquietante degli ospiti”, è la famosa espressione con cui Nietzsche descrive il nichilismo nei Frammenti postumi.

La droga è un sintomo cruciale della “voluttà nichilista” che pervade le tribù giovanili, i loro comportamenti individuali e di gruppo. La droga come anestetico delle passioni e della fatica di vivere. Il valore anestetico è appunto il valore nichilistico. Perché chi indulge alle droghe, nelle varie forme di dipendenza, farmaci e alcol inclusi, è dominato da una pulsione ricorrente, “implacabile e coatta”, che non riesce a soddisfare mai. Il desiderio del tossicomane è vivo perché insoddisfatto, e insoddisfatto perché negativo. Il tossicomane, argomenta Galimberti (che è persuasivo in materia perché ragiona da filosofo e psicoanalista insieme), non cerca l’appagamento, vuole solo compensare le pene dell’insaziabilità. E dunque: droga, anestesia, nichilismo.

Galimberti riprende, un po’ a sorpresa, il primo Freud degli studi sulla cocaina (gli anni intorno al 1885), cocaina che il fondatore della psicoanalisi assunse per motivi di studio, e che all’epoca chiamò “Sorgenbrecher”, in italiano scacciapensieri, nel senso di assunzione che rompe, che interrompe i pensieri ansiogeni. Al tempo stesso l’autore recupera il tardo Freud, quello del Disagio della civiltà (che è del 1929-30). Nella crescente diffusione delle droghe come anestetico esistenziale, dall’hashish all’eroina all’ecstasy, egli vede oggi il sintomo del disagio culturale e valoriale (appunto l’“Unbehagen”di Freud).

Il nichilismo giovanile si manifesta in tante forme: tendenza suicidale, anoressia, violenza da stadio, bullismo scolastico, fino alle pietre dai cavalcavia e all’annullamento dell’io nella musica tedino. Ma è forse nell’abuso di droghe che il filosofo-psicoanalista vede l’esempio più incisivo della ‘macchina del nulla’, il circolo vizioso che il tossicomane ben conosce, il piacere impotente. Tipico il piacere dell’eroina: “Chi lo cerca non vuoi sentir di più, ma sentir di meno. Passaggio, questo, che si riallaccia ad anni di lavori di Galimberti sul declino culturale in atto della tecnica, che crea spersonalizzazione, solitudine, anomia. E la paura di non essere all’altezza di una società prestazionale, competitiva, inarrestabile. “Ciò che non si riesce più a far con l’anima lo si fa con la chimica”.

L’autore invita tutti, ragazzi, genitori, educatori, a uscire dalla nebbia dell’approccio ideologico e del facile moralismo. La droga è anche, parzialmente, piacere. E’ evidente, negarlo è puerile e dannoso. La distinzione tra droghe leggere e pesanti inizia a essere sorpassata. Occorre invece avviare, scrive, una “cultura della droga” a partire dalla scuola (e, con qualche ironia, “dal suo sostituto, che è la televisione”). E urgente studiare e discutere senza paura “che effetto fa, che danni procura, che piaceri promette e da che visione del mondo scaturisce”. Un approccio da professore? Da intellettuale che ancora crede nella conoscenza dialogica come argine alle spinte autodistruttive? La risposta è lasciata ai lettori.
Galimberti si permette di parlar chiaro (o scorretto) come osano in pochi. Più volte scrive “il drogato”, mai “il tossicodipendente” . Si è stufato anche il filosofo, di girarci intorno?
di Enrico Arosio

L'ospite inquietante
I giovani e il nichilismo
Umberto Galimberti
Feltrinelli editore

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giovedì, 06 dicembre 2007, ore 17:49

Antologia della letteratura fantastica

Verso la fine degli anni 30 tre amici di Buenos Aires — Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e sua moglie Silvina Ocampo — decidono di inventare una sorta di personalissima antologia dei propri autori preferiti. Nasce così, nel 1940, questa“Antologia della letteratura fantastica,” una silloge di settantacinque racconti fantastici: da Niu Sengru a Martin Buber, da Lewis Carroll a Cocteau, da Chesterton a Joyce, da Kafka a Kipling. Naturalmente, il “fantastico” va inteso in senso borgesiano: una letteratura segnata dall’immaginario e da un nuovo modo di rappresentare la realtà, che determina una rottura con la tradizione realista in voga negli anni Trenta, e che nulla ha a che vedere con il genere “gotico.”



“A volte ristampano...” e qualche titolo storico ritorna a farsi disponibile per il grande pubblico.

Era uscita nel 1981 presso Editori Riuniti, riproposta quindi in brossura nel 1997 per poi sparire ancora dagli scaffali in un vuoto decennale fino a questa nuova edizione di Einaudi, forse nominalmente tascabile ma non esattamente economica. L’Antologia della letteratura fantastica selezionata da Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo è una delle non molte pietre miliari nel suo genere, raccogliendo esempi di un fantastico letterario al di là dei sottogeneri, più o meno popolari, e della centralità dell’anglofonia che almeno allora sembrava dominarne il panorama.


Scrive nella prefazione Bioy Casares: “Una sera del 1937 parlavamo di letteratura fantastica, discutevamo i racconti che ci sembravano migliori; uno di noi disse che se li avessimo riuniti [...], avremmo ottenuto un buon libro.”


Un buon libro di certo, che in tutto il ventesimo secolo avrebbe influenzato la percezione e l’accoglienza del fantastico, mai del tutto accettato a pari dignità letteraria. Secoli di letterature al di fuori e al di là dello stretto realismo che, in questo volume, spaziano dal Settecento cinese di Tsao Hsueh-Chin al Giappone moderno di RyÅ«nosuke Akutagawa; dal latino classico di Petronio Arbitro all’italiano di Giovanni Papini, passando per l’Europa e le Americhe tra nomi celebri e altri meno noti: Bloy e Cocteau; Cortàzar e Lugones; Poe e Wells; Lord Dunsany e Olaf Stapledon.


Antologia della letteratura fantastica
a cura di Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Silvina Ocampo
collana ET Biblioteca, Einaudi, 2007
brossura, XXX-538 pagine, Euro 17,80
ISBN 8806186353
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categoria : recensioni, libri

martedì, 20 novembre 2007, ore 10:38

tratto dal blog Frammentidipensierisparsi

                  

In questo mondo libero
Un film tristemente spietato, testimone di una parte di quel mondo del lavoro londinese che si chiama lavoro nero. Loach ci racconta il mondo del lavoro sommerso, del lavoro precario, dei lavoratori immigrati dall’est.
Ci racconta anche la vita di Angie, ragazza madre, licenziata in tronco che decide di mettersi in proprio alla ricerca di braccia giornaliere di lavoratori immigrati. Oggi offre lavoro, domani chissà.
Il film è spietato, come la bravissima protagonista, pronta a tutto pur di trarre il suo guadagno. Non vi racconto altro del film. Vi rovinerei la visone. Se avete apprezzato “Rif Raff”, “Piovono Pietre” e “My name is Joe” di Loach allora non perdete quest’ultimo film di Loach.

Dice Loach: “Lo sfruttamento del lavoro e la sua flessibilità sono il cuore dell'attuale sistema economico ed è interessante osservare l'ipocrisia con cui da un lato si predica che senza la forza lavoro sotterranea la nostra economia, di destra, non sopravviverebbe; e nello stesso tempo la politica, di destra, proclama la necessità di espellere queste persone nel timore che prima o poi si ribellino alla schiavitù”.

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domenica, 18 novembre 2007, ore 13:40

Benvenuta la catastrofe
di Dario Fo

Il dramma dell’inarrestabile surriscaldamento terrestre non sembra sollevare timori e preoccupazioni eccessivi nella gran parte della popolazione del pianeta, ma esiste un certo numero di cittadini per i quali al contrario il problema sta diventando una disperata ossessione. Io personalmente, lo devo ammettere, faccio parte da tempo di quest’ultima categoria. Non perdo occasione, appena incontro qualcuno, sia maschio che femmina, sia giovane che anziano, di sollevare il problema e di tentare il loro coinvolgimento col classico approccio: “Ha notato? Non c’è proprio più stagione…un momento si scoppia dal caldo…all’istante c’è tempesta, grandine e perfino neve…”.

I più scantonano, ma se l’interlocutore abbocca è spacciato. Gli tengo una concione sugli effetti dell’inquinamento da stordirlo. Ci provo anche in taxi col conducente e perfino in autobus, sia con passeggeri sia con il responsabile che controlla i biglietti. Non parliamo poi, quando mi ritrovo a viaggiare in treno… guai se qualcuno mi chiede di essere fotografato con me mostrando il cellulare: lo faccio subito accomodare nella poltrona vicino, se non c’è posto lo prendo addirittura sulle ginocchia, e qui al par d’un ragno, inizio a tesser la tela. Qualcuno, pur di salvarsi dall’aggancio, scende qualche fermata prima!

Un giorno sull’aereo Palermo-Milano, ho agganciato una bellissima signora, anziana ma di un’eleganza raffinata…sembrava uscita da una sequenza del Gattopardo di Visconti. Appena ho accennato al disastro atmosferico, mi ha afferrato una mano e accarezzandola mi ha supplicato: “Oh sì, me ne parli! Mi interessa moltissimo”. Comincio la mia lezione con entusiasmo: “Vede, il problema è complesso e articolato. Ormai non c’è quasi più nessuno che non ammetta la responsabilità dell’uomo riguardo alla condizione del pianeta e al suo surriscaldamento. Ma esplode una feroce diatriba appena si comincia a discutere del come salvare la Terra e ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica, tonnellate di gas tossico che letteralmente intasano l’atmosfera”. La signora mi segue come incantata. Io incalzo: “Sorgono tre categorie di pensiero. C’è chi dice basta diminuire per gradi ma drasticamente l’uso dei motori a scoppio con propellente fossile, eliminare le vecchie caldaie per il riscaldamento delle case e degli uffici e installare nuovi impianti di eolico, solare e, perché no?, anche nucleare…”.

La signora ha un sussulto. “Certo – la tranquillizzo schioccandole un piccolo bacio sulla fronte – non si preoccupi…Oggi come oggi, riprendere col  nucleare è una soluzione improponibile…a parte la produzione di scorie radioattive che tuttora non sappiamo dove e come sistemare…sto parlando delle centinaia di migliaia di tonnellate che l’America e l’Europa, Russia compresa, hanno prodotto dall’inizio del nucleare e che non siamo ancora riusciti a smaltire, se non collocandole in luoghi e spazi provvisori come lo Utah che è diventato un’orrenda discarica di morte…operazione con un costo all’infinito di miliardi di dollari. Ma lo sa che per riuscire a produrre energia pulita e sufficiente per il cinquanta per cento del fabbisogno globale dovremmo costruire una centrale nucleare al giorno per i prossimi sessantatre anni?”.
La signora con un sorriso dolcissimo stampato in viso, accenna ad un abbraccio poi si compone imbarazzata. “Quindi non ci resta – incalzo io – che scegliere le cosiddette energie eco-compatibili che produrrebbero elettricità e altre energie accettabili ma in grado di soddisfare solo una percentuale minima del nostro fabbisogno”. “E quindi? – mi chiede la deliziosa creatura che ormai pende letteralmente dalle mie labbra – E allora?”. “Se l’intera umanità, i governi, i produttori, gli stati, non si impegnano in un’azione stravolgente, creando nuovi sistemi produttivi potenti e non inquinanti, siamo alla fine”.
La signora, con un’espressione addolorata implora: “Oh, salvaci!”. E si butta tra le mie braccia.
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categoria : riflessioni, racconti, società

sabato, 17 novembre 2007, ore 21:51

In cinquant’anni di cinema, Gillo Pontecorvo ha diretto solo cinque lungometraggi (anche perché sempre più spesso ripeteva che “le condizioni di libertà creativa necessarie perché il nostro mestiere possa essere anche arte sono sempre più rare…”) e ha vissuto una vita meravigliosa, da uomo felice. Era bellissimo da giovane, una stupenda faccia con occhi chiari, un sorriso e una voce accattivanti, un corpo piccolo di statura e perfetto, allenato dal tennis e dalla pesca subacquea. Amava il cinema, i prati e il giardino, amava il mare e la musica, era «molto portato» per le donne.

E’ morto a 87 anni l’anno scorso: «Questo mondo non gli apparteneva più», dice la moglie Picci. Lunedì, nell’anniversario della nascita nel 1919, viene presentato all’Auditorium di Roma, e trasmesso da La7 insieme con La battaglia di Algeri, il documentario inedito Gillo-Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori di Annarosa Morri e Mario Canale, già autori di documentari su Mastroianni e Marco Ferreri.

Molto ben fatto. Molto commovente. In una bella intervista autobiografica Pontecorvo, coadiuvato da parenti e amici, parla di sè, evoca la diaspora della sua grande famiglia ebrea di Pisa (otto figli) costretta ad andare nel mondo per le leggi antisemite e poi per la guerra, racconta la sua vita. A Parigi nel 1938 (eccolo con Sartre e Picasso), a Saint Tropez con Amendola e Negarville; la lotta partigiana in Italia con la marcia alla testa della brigata Eugenio Curiel; il lavoro politico per il pci anche come direttore del settimanale giovanile Pattuglia; i film, la fama internazionale; la direzione della Mostra di Venezia (eccolo con Spielberg, con Pavarotti che canta per lui, con Umberto Eco, Lynch, De Niro, Nicholson, Antonioni). Mai alcun imbarazzo.

La battaglia di Algeri, film unico, è quello più amato nel mondo, ma lui amava di più Kapò. Provava il rimorso della cautela usata nell’ultimo Ogro, sull’attentato in Spagna al franchista Carrero Blanco, uscito dopo la cattura e uccisione di Moro («Secondo me è un film bruttarello»). Si pentiva della pignoleria mostrata in Queimada (foto) con Marlon Brando («Gli ho fatto rifare una scena 41 volte, alla fine neppure ci siamo salutati»). Dice la moglie: «Aveva bisogno di credere fino in fondo all’utilità del film». E Aldo Tortorella: «Non ha mai fatto un film senza un perché».
LIETTA TORNABUONI
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martedì, 13 novembre 2007, ore 10:06



                                 

[ Novant'anni di Rivoluzione. Un tempo enorme e che ormai appartiene al passato - dicono molti a destra e a sinistra; una tappa fondamentale della storia moderna, comunque la si pensi, dalla quale non si può prescindere - dicono altri.

Che appartenga al passato non c'è dubbio, ma su quel passato milioni di persone in tutto il pianeta si sono giocati il proprio futuro, lottando fino all'ultimo istante della propria vita. Che sia stato un evento dal quale per decenni nessuna scelta politica, in qualsiasi nazione dell'occidente abbia potuto prescindere è un fatto storico: la Rivoluzione era lì vicina, il suo fiato sul collo - dei sistemi capitalistici, dei potenti e dei ricchi della terra. Bisognava calibrare le proprie mosse .
bisognava concedere per non essere poi essere costretti a cedere ... il potere. ]

E' questo l'inizio di un ottimo articolo pubblicato da MegaChip a firma di Giuseppe Iannello che commenta due posizioni assai diverse riguardo a quell'evento cruciale per la Storia dell'umanità: quelle di Moni Ovadia e di Michail Gorbaciov

 
Rivoluzione, anticomunismo e utopia

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