Ciò che non si riesce più a far con l’anima lo si fa con la chimica

Il nichilismo, ovvero il momento in cui
“i valori supremi perdono il loro valore”,
è l’ospite che si insinua nella formazione dei giovani,
schiavi dell’età della tecnica.
Inutile scacciarlo, quell’ospite, dice Nietzsche,
bisogna guardarlo in faccia.
Il nichilismo che è la negazione di ogni valore è anche quello che Nietzsche chiama “il più inquietante fra tutti gli ospiti”. Siamo nel mondo della tecnica e la tecnica non tende a uno scopo, non produce senso, non svela verità. Fa solo una cosa: funziona.
Finiscono sullo sfondo, corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, senso, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si è nutrita l’età pretecnologica.
Chi più sconta la sostanziale assenza di futuro che modella l’età della tecnica sono i giovani, contagiati da una progressiva e sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell’esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. I giovani rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno dove la famiglia e la scuola non “lavorano” più, dove il tempo è vuoto e non esiste più un “noi” motivazionale. Le forme di consistenza finiscono con il sovrapporsi ai “riti della crudeltà” o della violenza (gli stadi, le corse in moto ecc.).
C’è una via d’uscita? Si può mettere alla porta l’ospite inquietante? Nell’ultimo capitolo, Il segreto della giovinezza, Galimberti lascia pensare che disvelare ai giovani la loro “pienezza”, la loro “espansività” sia il primo passo per ricondurre a verità il salmo 127: “Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza”.
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Gioventù, quel male oscuro
I giovani? “Stanno male”, ma non a causa delle classiche “crisi esistenziali”. In gioco c’è un demone più oscuro, il nichilismo, che si è impadronito delle loro vite, distruggendo qualsiasi gerarchia di valori che consente di dare alle cose mi significato: la loro malattia è “culturale”. È questa la tesi di fondo del libro di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani.
Secondo il filosofo-psicanalista, l’”uomo non ha mai abitato il mondo” così com’è, ma sempre una sua “rappresentazione”, che di volta in volta è servita per fornire gli strumenti essenziali per interpretare la realtà, consentendo a ciascuno di trovare una posizione certa tra “le cose di lassù” e “le cose di quaggiù”. Una bussola, insomma, con la quale orientarsi per distinguere il bene dal male, il vero dal falso.
Oggi, però, le domande sul senso delle cose non hanno più risposta. La tendenza della cultura occidentale, infatti, è quella di emarginare la componente umanistica dei saperi, dando spazio solo a ciò che serve al perfezionamento della tecnica. Ma la tecnica non è competente a inscrivere se stessa in uno scenario di significati: il suo compito è funzionare.
Così, senza bussola, lo spirito (non solo dei singoli) si ammala. Con la conseguenza immediata di mutare il segno del futuro, che i giovani avvertono come minaccia e non come promessa. E allargare all’estremo lo spazio del presente, che diventa, invece, “un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché dia gioia ma perché promette di seppellire l’angoscia” generata dal “deserto del senso”.
Il merito di Galimberti è quello di fornire degli strumenti consistenti per comprendere ciò che abbiamo sotto gli occhi. Certo, gli si può appuntare una dose eccessiva di pessimismo, ma, dalla “seduzione della droga”, sintomo del disagio diffuso, all’“analfabetismo emotivo”, a cui, secondo Galimberti, è imputabile la facilità con cui sono commessi omicidi senza movente, i temi ci sono tutti.
E di bruciante attualità, come la violenza negli stadi. “Emblematica” del nichilismo imperante, perché è esercitata senza “uno straccio di giustificazione”, e con una cadenza settimanale, “ritualizzata”. Ma “siccome la routine annoia, i “criminali da stadio” si comportano come drogati, aumentando la dose per “allontanare la noia sempre incombente”..
di Nicola Miranzi
Ecstasy nichilista
Formula drammatica e antichissima: il piacere è negativo, e il desiderio è insaziabile. Vale per il cocainomane del 2007, ma l’aveva già capito Platone. Indagando il desiderio umano, Platone ne aveva colto l’insaziabilità come essenza, rimandando alle immagini della giara bucata o del piviere nel Gorgia (il piviere inteso come uccello prodigioso, o macchina celibe, che mangia e nel contempo evacua).
Da questa considerazione per nulla inattuale parte Umberto Galimberti in un capitolo centrale del suo saggio L’ospite inquietante, sottotitolo “Il nichilismo e i giovani”. E l’ospite inquietante, anzi “il più inquietante degli ospiti”, è la famosa espressione con cui Nietzsche descrive il nichilismo nei Frammenti postumi.
La droga è un sintomo cruciale della “voluttà nichilista” che pervade le tribù giovanili, i loro comportamenti individuali e di gruppo. La droga come anestetico delle passioni e della fatica di vivere. Il valore anestetico è appunto il valore nichilistico. Perché chi indulge alle droghe, nelle varie forme di dipendenza, farmaci e alcol inclusi, è dominato da una pulsione ricorrente, “implacabile e coatta”, che non riesce a soddisfare mai. Il desiderio del tossicomane è vivo perché insoddisfatto, e insoddisfatto perché negativo. Il tossicomane, argomenta Galimberti (che è persuasivo in materia perché ragiona da filosofo e psicoanalista insieme), non cerca l’appagamento, vuole solo compensare le pene dell’insaziabilità. E dunque: droga, anestesia, nichilismo.
Galimberti riprende, un po’ a sorpresa, il primo Freud degli studi sulla cocaina (gli anni intorno al 1885), cocaina che il fondatore della psicoanalisi assunse per motivi di studio, e che all’epoca chiamò “Sorgenbrecher”, in italiano scacciapensieri, nel senso di assunzione che rompe, che interrompe i pensieri ansiogeni. Al tempo stesso l’autore recupera il tardo Freud, quello del Disagio della civiltà (che è del 1929-30). Nella crescente diffusione delle droghe come anestetico esistenziale, dall’hashish all’eroina all’ecstasy, egli vede oggi il sintomo del disagio culturale e valoriale (appunto l’“Unbehagen”di Freud).
Il nichilismo giovanile si manifesta in tante forme: tendenza suicidale, anoressia, violenza da stadio, bullismo scolastico, fino alle pietre dai cavalcavia e all’annullamento dell’io nella musica tedino. Ma è forse nell’abuso di droghe che il filosofo-psicoanalista vede l’esempio più incisivo della ‘macchina del nulla’, il circolo vizioso che il tossicomane ben conosce, il piacere impotente. Tipico il piacere dell’eroina: “Chi lo cerca non vuoi sentir di più, ma sentir di meno. Passaggio, questo, che si riallaccia ad anni di lavori di Galimberti sul declino culturale in atto della tecnica, che crea spersonalizzazione, solitudine, anomia. E la paura di non essere all’altezza di una società prestazionale, competitiva, inarrestabile. “Ciò che non si riesce più a far con l’anima lo si fa con la chimica”.
L’autore invita tutti, ragazzi, genitori, educatori, a uscire dalla nebbia dell’approccio ideologico e del facile moralismo. La droga è anche, parzialmente, piacere. E’ evidente, negarlo è puerile e dannoso. La distinzione tra droghe leggere e pesanti inizia a essere sorpassata. Occorre invece avviare, scrive, una “cultura della droga” a partire dalla scuola (e, con qualche ironia, “dal suo sostituto, che è la televisione”). E urgente studiare e discutere senza paura “che effetto fa, che danni procura, che piaceri promette e da che visione del mondo scaturisce”. Un approccio da professore? Da intellettuale che ancora crede nella conoscenza dialogica come argine alle spinte autodistruttive? La risposta è lasciata ai lettori.
Galimberti si permette di parlar chiaro (o scorretto) come osano in pochi. Più volte scrive “il drogato”, mai “il tossicodipendente” . Si è stufato anche il filosofo, di girarci intorno?
di Enrico Arosio
L'ospite inquietante
I giovani e il nichilismo
Umberto Galimberti
Feltrinelli editore
Verso la fine degli anni 30 tre amici di Buenos Aires — Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e sua moglie Silvina Ocampo — decidono di inventare una sorta di personalissima antologia dei propri autori preferiti. Nasce così, nel 1940, questa“Antologia della letteratura fantastica,” una silloge di settantacinque racconti fantastici: da Niu Sengru a Martin Buber, da Lewis Carroll a Cocteau, da Chesterton a Joyce, da Kafka a Kipling. Naturalmente, il “fantastico” va inteso in senso borgesiano: una letteratura segnata dall’immaginario e da un nuovo modo di rappresentare la realtà, che determina una rottura con la tradizione realista in voga negli anni Trenta, e che nulla ha a che vedere con il genere “gotico.” 
Dice Loach: “Lo sfruttamento del lavoro e la sua flessibilità sono il cuore dell'attuale sistema economico ed è interessante osservare l'ipocrisia con cui da un lato si predica che senza la forza lavoro sotterranea la nostra economia, di destra, non sopravviverebbe; e nello stesso tempo la politica, di destra, proclama la necessità di espellere queste persone nel timore che prima o poi si ribellino alla schiavitù”.
Il dramma dell’inarrestabile surriscaldamento terrestre non sembra sollevare timori e preoccupazioni eccessivi nella gran parte della popolazione del pianeta, ma esiste un certo numero di cittadini per i quali al contrario il problema sta diventando una disperata ossessione. Io personalmente, lo devo ammettere, faccio parte da tempo di quest’ultima categoria. Non perdo occasione, appena incontro qualcuno, sia maschio che femmina, sia giovane che anziano, di sollevare il problema e di tentare il loro coinvolgimento col classico approccio: “Ha notato? Non c’è proprio più stagione…un momento si scoppia dal caldo…all’istante c’è tempesta, grandine e perfino neve…”. 
[ Novant'anni di Rivoluzione. Un tempo enorme e che ormai appartiene al passato - dicono molti a destra e a sinistra; una tappa fondamentale della storia moderna, comunque la si pensi, dalla quale non si può prescindere - dicono altri.
Che appartenga al passato non c'è dubbio, ma su quel passato milioni di persone in tutto il pianeta si sono giocati il proprio futuro, lottando fino all'ultimo istante della propria vita. Che sia stato un evento dal quale per decenni nessuna scelta politica, in qualsiasi nazione dell'occidente abbia potuto prescindere è un fatto storico: la Rivoluzione era lì vicina, il suo fiato sul collo - dei sistemi capitalistici, dei potenti e dei ricchi della terra. Bisognava calibrare le proprie mosse .
bisognava concedere per non essere poi essere costretti a cedere ... il potere. ]
E' questo l'inizio di un ottimo articolo pubblicato da MegaChip a firma di Giuseppe Iannello che commenta due posizioni assai diverse riguardo a quell'evento cruciale per la Storia dell'umanità: quelle di Moni Ovadia e di Michail Gorbaciov.

Rivoluzione, anticomunismo e utopia